Scandali alla corte di Federico II di Svevia
Poeta del Duecento di origini messinesi coinvolto con il padre nella congiura del 1246 contro l'imperatore Federico II di Svevia. Nel 1239 gli venne affidata la carica di giustiziere della parte occidentale della Sicilia: dopo la seconda scomunica dell'imperatore Federico II da parte di papa Gregorio IX, l'imperatore decise la cacciata e la confisca di tutti i beni degli ecclesiastici fedeli al Papa, e dispose che i giustizieri intervenissero per sedare le rivolte durante il trasferimento degli alti prelati a Palermo. Le città sedi delle rivolte vennero rase al suolo e i cittadini furono puniti e deportati a Palermo. Negli anni che seguirono l'imperatore affidò a De Amicis incarichi di crescente responsabilità e prestigio, prima al comando del corpo dei giustizieri e nel 1242 come delegato alla corte del sultano d'Egitto. Nel 1246, De Amicis fu coinvolto con la famiglia nella congiura organizzata da Innocenzo IV ai danni di Federico II, venne incarcerato e morì subito dopo (prima del 1248) probabilmente in carcere. Nel 1248 Innocenzo IV fece restituire ai figli del defunto tutti i feudi e le baronie del padre in Calabria. Al poeta è stata attribuita solo la canzone “Sovente Amor n'ha riccuto manti”.
Ruggero de Amicis: Opere in catalogo
CANZONE
Sovente Amore n’à ricuto manti
Sovente Amore n’à ricuto manti,
c’a le lor donne non ànno leanza
e non conoscon ciò c’a loro è dato,
e che leali chiamanosi amanti;
non vegion c’Amor mettono in bassanza,5
per cui sto mondo par che sia avanzato.
Ma s’eo voglio tacere lo meo stato,
fallirò in ubrianza
incontr’al meo volire,
ca, s’eo voglio ver dire,10
in sì gran gioia per lui ò allocanza,
ca presso a l’aire par ch’eo sia montato.
E più che nulla gioia, ciò m’è viso,
sì ricco dono Amore m’à donato,
che mi ne fa tuttora in gioia stare,15
che ’nfra esti amanti m’à sì bene as[s]iso,
che più che meo servir m’à meritato
Cotale dono non si de’ celare;
per ciò m’è viso, e cuito ben visare,
c’Amor m’à sì ariccato20
in tutto ’l meo volere,
e dato m’à a tenere
più ricca gioia mai non fue visato,
Di ciò mi posso, s’io voglio, avantare.
Ricco mi tegno sovr’ogn’altro amante,25
a tal segnore preso agio a servire
da cui larghezza gioia par che vene;
e no mi trago arreri, ma più avante,
per ch’io li possa a tuttora piacire:
ciò è l’Amor che ’n sua bailìa mi tene,30
e non mi lassa e tenmi in gioia e ’n bene;
e per leal servire
la mia donna, à voglianza
ch’eo la serva in possanza,
e non mi deia di ben far partire;35
però di lei tuttora mi sovene.
Di lei sovenmi, ca ten lo meo core,
e non me ne por[r]ia già mai partire,
però ch’eo seria corpo senza vita;
chè m’à donato a quella ched è flore40
di tutte l’altre donne al meo parire,
e da cui nullo flore fa partita;
ch’eo l’agio tutto tempo ben servita,
e voglio ben servire
in tutto ’l suo talento,45
che le sia a piacimento;
e ’nfra esti amanti possolo ben dire
c’amerolla di tutta gioi compita.
© Silvia Licciardello. Riproduzione riservata.